FRANCO CINGOLANI
BIOGRAFIA (leggera)
Franco Cingolani (Recanati 1937)
Vive a Recanati e inizia a fotografare nel 1969, ma soltanto dal 1995 vi si impegnerà seriamente. Si iscrive alla FIAF, ricoprendone per due mandati l’incarico di Delegato Provinciale; partecipa anche, con risultati alterni, a diversi suoi concorsi. In seguito, è presente con i propri lavori in mostre personali, collettive e in esposizioni internazionali. Sue opere sono conservate presso Musei nazionali, Biblioteche, Fototeche e collezioni private. Ha pubblicato con la Casa Editrice Lanterna Magica di Palermo “Vedute e Visioni” nel 2010 e “Prelievi Urbani” nel 2013, entrambi con testo critico di Vincenzo Marzocchini. Nel 2015 è nel volume di Enzo Carli “Quella porta nello sguardo”, viaggio breve nella fotografia artistica italiana, Ideas Eizioni. Nel 2016 Vincenzo Marzocchini, in “Fotografi nelle Marche dal dopoguerra ad oggi”, lo riporta in tre capitoli: “Territorio e paesaggio”, Ritratti e autoritratti” e “Corpografie”. Nel 2019 presso la Galleria “Artestudio 26” di Milano, riceve il “Premio internazionale delle Arti e della Cultura”, XXXI Edizione, per la Fotografia. Nel 2020, con EdizioniTecnoprint Ancona, entrambi con il testo critico di Vincenzo Marzocchini, pubblica “ETNAnche” e “Porto Recanati appunti”. Nel 2021, con Marte Editrice di Martinsicuro (TE), pubblica “10 Foci”: testo critico di Serena Marchionni e testo storico letterario di Nando Cecini
UN PO' DI ME
Cosa posso dire di me quando fotografo o non fotografo? Sono una pellicola fotosensibile: timido ed emotivo, con un autocontrollo, costantemente allenato, che fa parte ormai del mio DNA e con un’autostima a lungo sminuita dai miei giovanili insuccessi scolastici, inquinati da una dislessia individuata solo da adulto. Per molti anni ho convissuto con un vago senso di colpa, un malessere intimo, nei confronti dei miei genitori, per aver disatteso le loro aspettative, alle quali più tardi, da adulto, ho risposto con reciproca soddisfazione e piacevole sollievo, dimostrando quello che ero capace di fare.
Terminata finalmente la formazione prettamente scolastica, pesantemente subita, è incominciato gradualmente a nascere in me il desiderio di conoscere e approfondire sia i vari aspetti del lavoro che avevo a suo tempo scelto, quello di bancario, sia quanto poteva, in qualsiasi modo, controbilanciare quel mondo freddo legato alla logica del “denaro”. Comunque, casuale e determinante fu l’incontro con la fotografia: correva l’anno 1968 e la mia vita coniugale era già felicemente iniziata il 2 giugno del 1965.
Ad un primo periodo, che definirei bonariamente come quello della “caccia alle farfalle”, terminato nel 1973, è seguito quello della curiosità per la storia delle fotografia e dei suoi illustri artefici, non prima però di una pausa di lunghi anni di forzata astinenza per restare coerente con i compiti di marito e di padre di tre figli maschi in tenera età.
Dal 1997 in poi, tutto è stato un costante crescendo di interessanti esperienze e di proficui incontri. Mi sono iscritto al Foto Club Recanati e alla F.I.A.F., per la quale ho ricoperto la carica di Delegato provinciale e per alcuni anni ho partecipato anche ai suoi concorsi fotografici con risultati alterni. Con il mondo “fotoamatoriale” mantengo un buon rapporto e ciò perché antepongo sempre la qualità delle relazioni personali al modo in cui ciascuno può esprimersi fotograficamente.
Comunque, oltre all’esiguo numero di persone a me più prossime, quelle alle quali porto e porterò la mia gratitudine sono tre: Il fotografo Roberto Salbitani che sin dal 1998 fu il primo a darmi direttamente o indirettamente un importante spintone per resettare la mente dei molti freni inibitori accumulati nell’arco degli anni precedenti. L’altra è Vincenzo Marzocchini che, incontrato prima al “Camerino Photographs 2000“, dove entrambi avevamo esposto i nostri lavori, e poi nel 2002 a Lestans (UD), in un corso di fotografia tenuto proprio dal comune amico Roberto Salbitani, mi rese disponibile la sua preziosa amicizia e collaborazione, nonché la sua ricca biblioteca, offrendomi l’opportunità di conoscere sia la storia che le opere dei maggiori autori e saggisti di questa moderna e contemporanea forma espressiva. La terza persona è l’artista Leonardo Nobili che potrei definire il mio prezioso “Passepartout” per gli spazi dell’Arte. Si presentò nel 2009 come visitatore di una mia mostra a Montelupone “ Prelievi Anonimi “; lo rincorsi nel 2011 trovandolo nel suo “Spazio Nobili” di Montelabbate (PU). D’allora sono state poche le mie performances espositive di cui “Leo” non sia stato anche il mio disinteressato procuratore. Oggi siamo legati da una reciproca stima e da un profondo senso di amicizia.
Contrariamente al passato, le grandi retrospettive che mi attraggono per la loro capacità educativa allo sguardo sono poche e preferisco cercare stimoli e pormi domande in quelle il cui linguaggio espresso sia più contemporaneo se non anche provocatorio ed innovativo.
Tutto ciò premesso e mai dando per scontato l’operato degli altri e del loro specifico modo di esprimersi, sono alla ricerca di quanto possa ancora trovare di genuino in me, come impellente esigenza di approccio al referenziale mondo del fotografico.Gli strumenti come la macchina fotografica, le ottiche, ecc. ecc., per me hanno solo un valore pratico-funzionale. Non mi sento attratto né dal collezionismo, né trovo piacere per il possesso di alcunché in senso lato. Gli affetti e le attenzioni sono per le persone care; gli amori sono solo per tutto ciò che c’è di realmente positivo intorno a me.
Sto percorrendo il primo ottantatreesimo anno della mia vita iniziata a Recanati nell’anno ’37 del secolo ventesimo. Sembra che sia trascorso molto tempo … ma è stato come un batter di ciglio … il tempo di un baleno … e non è stato affatto un sogno. Non ho rimpianti né covo risentimenti; coltivo solo ricordi considerati nel loro contesto.
Per nulla al mondo ricomincerei da capo, neanche da “tre”. Il mio viaggio in questa vita trascorre come registrato giorno per giorno su piastre di rame, trattate con ioduri d’argento, come preziosi dagherrotipi che cerco poi di proteggere sotto vetro, nei loro piccoli scrigni di legno pregiato.
Fotografare è anche uno dei vari modi per poter mantenere un’attività mentale rivolta ad una positiva considerazione della vita; a volte è scovare visivamente ciò che tende a restare nascosto; a volte, è prendere coscienza di ciò che si rende sempre disponibile al mio sguardo; è anche un entrare in contatto visivo-sensitivo con quanto mi attrae o mi interroga, che in definitiva resterà mio fino a quando, latente nella memoria chimica di una pellicola o in quella numerica di un processore, dovrà mutarsi inesorabilmente in immagine fotografica. Altrimenti perché fotografare? Soffermare lo sguardo su ciò che mi attrae mi riserva sempre immenso stupore, a volte piacere, che si esplicita in un duplice momento contemplativo: quello mentale e un po’ voyeuristico, nella piena consapevolezza di ciò che sto vivendo, e quello prettamente costruttivo, relativo al momento compositivo dell’immagine nell’oculare-cornice dello strumento fotografico: è forse anche l’occasione per dare ordine e senso al mio mondo interiore.
I soggetti della mia ricerca fotografica sono sempre diversi: da un paesaggio naturale a quello urbano, entrambi contaminati e segnati dal passaggio e dal segno dell’uomo, non solo contemporaneo; da semplici scene di vita cittadina a “Close-up” su porzioni di corpo umano o su particolari minimali del più ampio quadro del quotidiano.
Sto provando anche a pormi sia dietro che davanti all’obiettivo, realizzando piccole sequenze sulla traccia di una mia sceneggiatura.
La ricerca non si fermerà e senz’altro troverò altre attrazioni e proverò altre emozioni. Comunque sia, ogni volta, il soggetto prescelto diventa pretesto per esprimermi fotograficamente, preferendo visioni compositivo-minimaliste, utilizzando inquadrature ravvicinate e massime profondità di campo. Ogni nuova immagine è e sarà sempre frutto di un prelievo decontestualizzato, un’astrazione nel senso fisico; è e sarà sempre un appropriarmi di un selezionato minimo frammento di realtà che si ricompone in un’altra realtà, la mia realtà di quel momento specifico ed unico, perché ogni scatto, lento, meditato e goduto, sta anche a confermare la temporalità della mia esistenza, quale inconsapevole reazione ai momenti di frustrante inattività espressiva.
L’uso del colore e del bianco/nero sono soltanto due mezzi per esprimere atmosfere e stati d’animo diversi, nulla più. A volte, la stessa ripresa fatta con entrambi i modi riesce valida e giustificata, pur evocando mondi e pensieri diversi.
Non amo esasperate post produzioni, anzi, ciò che cerco è la massima coerenza con il momento dello scatto, con il congelamento di quel momento spazio-temporale … momento unico e irripetibile … perché amo la vita nel suo continuo trascorrere. Che esistano anche i sogni e le fugaci storie sognate… e possano ancora continuare a rivivere nella nostra mattutina memoria … ma per me appartengono e restano nella sfera temporale dell’inconscio.
Concepisco la Creatività più nel linguaggio, nel cosa e come vedere e inquadrare, che nella esasperata manipolazione della post-produzione, pur apprezzandola quando segue una logica e non è fine a se stessa.
Le forme espressive che prediligo sono le Arti visive; la Musica resta il mio sollievo sentimentale nei momenti di una cercata solitudine, mentre ritengo che l’Architettura sia la sintassi e la struttura portante di ogni corpo o forma espressa, anche in senso filosofico.Non cerco né di mostrare né di dimostrare che esiste il dolore e la sofferenza o l’umana ferocia; sono la perenne storia dell’uomo e pertanto li evito. Sono anche certo che molti reportage fotografici rasentino la “pornografia del dolore” e se ne faccia un uso talmente riboccante, strumentale e provocatorio che rischia di condurre l’osservatore “passivo” tristemente all’assuefazione, all’indifferenza, se non anche alla rassegnazione.
Ritengo che l’immagine fotografica non potrà mai essere la riproduzione della realtà oggettiva; forse è una sua realistica interpretazione, oppure la definirei come una momentanea “visione ottico-mentale”, sospesa dal fotografo prima di ogni “scatto” spazio temporale e riproposta all’altrui attenzione dopo controllati e misurati passaggi strumentali tecnico professionali. E se questa visione divenuta immagine riuscirà ad incuriosire, interrogare, intrattenere lo sguardo, eccitare la memoria e la fantasia del suo osservatore, a farlo pensare e riflettere, solo allora si potrà affermare che questa visione è mutata in una buona e riuscita immagine fotografica. Comunque, ogni fotografia è pur sempre l’immagine ambigua di un referente materico riproposto e modellato da luci ed ombre, mediato da una più o meno complessa apparecchiatura, ieri analogo-chimica, oggi anche analogo-numerica.
Considero il fotografare una magnifica terapia per rendermi la vita migliore, nonché una forma espressiva da esercitare in piacevole e cercata solitudine per poi condividere con altri quanto materialmente e concretamente realizzato; e se questa esperienza a volte può creare piccole umane gelosie ed incomprensioni, è pur sempre motivo, occasione e proficuo momento di interessanti incontri.
Recanati 2017
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